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duedonneperunufficiale | Il Cannocchiale blog Due donne per un ufficiale - sesto capitolo
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Due donne per un ufficiale - sesto capitolo

diario 4/11/2009

6. IL DISTACCO

(Parigi-Mogadiscio, dicembre 1991)

 
Quando Farida era stata dimessa dall’ospedale, era stata una volontaria dell’organizzazione umanitaria, che l’aveva accompagnata due mesi prima in Francia, ad andare a prenderla in macchina e ad accompagnarla all’aeroporto.
All’aeroporto parigino Charles De Gaulle Farida aveva ritrovato, però, il giornalista di “Liberation” che aveva seguito tutta la sua vicenda.
“Non immaginavo che sarebbe venuto anche all’aeroporto.” Aveva esclamato lei.
“Il lieto fine piace ai lettori. Anche se l’ideale sarebbe stata una bella foto di lei che abbraccia i suoi genitori all’arrivo all’aeroporto di Beirut, ma non posso seguirla fino in Libano… in questo periodo del Libano si parla poco, visto che ormai è stato pacificato, qualche mese fa teneva banco la guerra del Golfo, adesso invece le pagine degli esteri sono occupate dalle notizie che provengono dalla Somalia.”
“Insomma, per i giornalisti inviati nelle zone di guerra, il lavoro non manca mai.”
Xavier nel frattempo era partito per la missione all’estero, di cui le aveva parlato l’ultima volta in cui era andato a trovarla ed ora si trovava proprio in Somalia per un operazione di evacuazione dei cittadini francesi presenti a Mogadiscio e Farida con i suoi modi spontanei e le sue parole schiette era l’ultimo dei suoi pensieri.
Lei, invece, prima di salire sull’aereo che l’avrebbe riportata a casa, aveva pensato: “Avrei almeno dovuto ringraziarlo per quello che ha fatto per me ed invece mi sono comportata come un ingrata e adesso che è partito non ci vedremo più.”
“Lezioni teoriche ed esercitazioni pratiche non bastano mai a prepararti a quello che ti aspetta.” Aveva pensato Xavier, quando si era trovato in Somalia, dove regnava davvero un caos peggiore di quello che aveva visto l’estate precedente a Beirut.
Lì c’erano le macerie di una guerra finita da poco, qui c’erano, invece, tutti i rischi e le violenze di una guerra ancora in corso.
 
 



permalink | inviato da Cristina Contilli il 4/11/2009 alle 22:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

Due donne per un ufficiale - quinto capitolo...

diario 28/10/2009

5. UN BACIO IMPREVISTO

(Parigi, novembre 1991)

 
“Cosa hai detto?” Era scattata Farida.
“Che in fondo sei ancora una ragazzina e che ti capisco se sei nervosa, anch’io alla tua età non mi sarei mai voluto trovare lontano da casa, ricoverato in un ospedale di un paese straniero, senza alcun familiare vicino, su cui poter contare.”
“Io non sono una ragazzina.” Si era lamentata Farida, aggiungendo con un tono ironico: “Ha parlato un vecchio di cinquant’anni! Dal tuo aspetto avrai sì e no 3-4 anni più di me.”
“Ho trentuno anni, ma, oltre ad essere stato a Beirut pochi mesi fa, l’anno passato sono stato in Iraq.”
“E allora? Non è che, se sei stato in guerra, significa che sei tanto più maturo di me.”
“Ma c’è un modo per farti stare un po’ tranquilla e silenziosa!” Aveva esclamato Xavier.
“Sei tu che mi fai innervosire.”
“Quando siamo passati dal lei al tu?”
“Hai cominciato tu a non usare più il lei.”
“Non me ne ero accorto.”
“Beh, io sì…”
“Forse un sistema ci sarebbe per farti stare in silenzio…”
Dopo quella frase Xavier aveva baciato Farida e lei, anche se era stata colta alla sprovvista dal suo gesto, aveva finito per ricambiare quel bacio.
“Ma cosa ti viene in mente? Baciarmi qui in ospedale dove chiunque potrebbe vederci?”
“Un bacio non è un gesto così compromettente.”
“Perché tu baci in questo modo tutte le donne che conosci?”
“No, ma siamo tutte e due liberi e io pensavo che tu non avessi nulla in contrario… se, però, ho interpretato male il tuo atteggiamento nei miei confronti, ti chiedo scusa e ti prometto che non verrò più in ospedale a disturbarti… il medico ha detto che sta andando tutto come previsto e che tra un paio di settimane potrai tornare nel tuo paese.”
“No, aspetta, prima raccontami cos’hai fatto alla mano?”
“Sono stato ferito in Libano l’estate scorsa, ma non era nulla di grave…”
“Sei stato ferito la mattina in cui è scoppiata la mina che ha ferito anche me?”
“Senti, apprezzo la tua solidarietà, ma non sono abituato a raccontare tutta la mia vita nei particolari ad una persona che conosco da poco come te.”
“Prima mi baci e poi mi dici che non vuoi raccontarmi tutta la tua vita! Lo sai che sei proprio un bel tipo!” Aveva pensato Farida, mentre Xavier usciva dalla sua stanza.
Un bacio sembrava un gesto di poca importanza, ma in realtà non era così, perché quel bacio era costato sia a Farida sia a Xavier una notte, passata a girarsi e rigirarsi nel letto, tra dubbi e domande.
Farida aveva passato, infatti, una notte insonne, a pensare: “Che sciocca che sono stata a farmi baciare in quel modo in ospedale come un adolescente… il tenente Xavier avrà pensato che, anche se ho 23 anni, sono davvero ancora una ragazzina sventata, come mi ha detto per farsi beffe di me e delle mie parole taglienti, però, bacia bene… chissà se oltre alla ex fidanzata e collega, ha avuto in passato altre donne…”
Anche Xavier quella notte non era riuscito a dormire, perché incontrando Farida aveva provato per lei un senso istintivo di attrazione, mescolato alla voglia di aiutarla e di proteggerla, ma si era accorto che lei aveva frainteso il suo atteggiamento e così aveva pensato: “Non so oggi pomeriggio cosa mi sia preso… di solito non mi comporto in modo così avventato, ma quella ragazza, riccia, con la pelle appena ambrata e due occhi neri e profondi, insomma, non so cosa mi abbia fatto, ma mi è venuto proprio istintivo baciarla… in fondo, in quel momento, nel corridoio dell’ospedale, c’eravamo soltanto noi due e questo episodio non cambierà né la sua vita né la mia… anche perché un momento sembra guardarmi con desiderio e l’attimo dopo sembra che mi odi… deve essere colpa della guerra che mina l’equilibro delle persone.”
 
 

Due donne per un ufficiale - quarto capitolo...

diario 26/10/2009

4. UN NUOVO INCONTRO (Parigi, ottobre 1991)

 

 
Quando era andato in ospedale, il giornalista si era stupito del fatto che Farida gli avesse chiesto chi era il giovane ufficiale che era andato a trovarla.
“Io credevo che il capitano Xavier le avesse spiegato chi era e che le avesse lasciato un suo recapito… in fondo è stato grazie a me, ma anche grazie a lui se ora lei si trova qui.”
“Cosa intende dire?”
“L’organizzazione umanitaria che l’ha portata via da Beirut ha provveduto alle spese del viaggio, ma è stato lui che ha pagato per il suo intervento in ospedale.”
“Non me l’ha detto, quando è venuto a trovarmi.”
“Forse si sentiva in imbarazzo a dirvelo.”
“Lei sa perché l’ha fatto?”
“Ogni tanto anche i militari soffrono di sensi di colpa ed hanno bisogno di alleggerirsi la coscienza.”
“Quali sensi di colpa?”
“Quella mina che l’ha colpita è scoppiata proprio durante l’evacuazione del generale Aoun dall’ambasciata francese a Beirut, ma, per il convoglio che trasportava il generale, sarebbe stato troppo pericoloso fermarsi, vedere cosa era accaduto e magari cercare di chiamare un’ambulanza che la soccorresse.”
“Insomma sta dicendo che mi hanno lasciata ferita in mezzo alla strada, perché dovevano portare sano e salvo fuori dal Libano quel criminale del generale Aoun che viveva da mesi barricato nell’ambasciata francese a Beirut?”
“Sì, è andata così… in un certo senso lei si è trovata a passare nel posto sbagliato ed è stata doppiamente sfortunata, perché una mina inesplosa ha deciso di esplodere proprio quel giorno e proprio sotto ai suoi piedi.”
“Può chiedere, allora, a quel militare che vuole alleggerirsi la coscienza, come ha detto lei giustamente, che vorrei rivederlo per parlargli e per chiarire la mia situazione.”
“Va bene, mi ha lasciato il suo numero di telefono, perciò, posso provare a contattarlo, ma, anche se quel giorno dello scoppio della mina non ha potuto fare nulla per aiutarvi, ora sta cercando di rimediare.”
“Meglio tardi che mai… diceva mia nonna, ma, a volte, è davvero troppo tardi per rimediare.” Aveva concluso Farida con un tono piuttosto duro, anche se, poi, si era chiesta: “Ma cosa sto dicendo? In fondo nel mio paese ci sono tante persone, anche più giovani di me, che camminano con le stampelle, perché hanno perso una gamba a causa di una mina… in fondo io sono stata fortunata… però questa fortuna ha anche un prezzo, anzi un doppio prezzo: un giornalista impiccione che vuole impietosire i lettori del quotidiano per cui lavora con la mia storia ed un militare con gli scrupoli di coscienza che chissà quante violenze ha visto e forse ha anche compiuto in guerra e che ora vuole con un’azione generosa sentirsi una persona migliore di quello che è in realtà.”
Eppure anche se ce l’aveva sia con il giornalista che si era interessato alla sua storia sia ancora di più con il militare che le aveva pagato la protesi per la gamba, Farida era anche incuriosita dal fatto che si fosse preso così a cuore la sua sorte.
Aveva la sensazione, infatti, che Xavier le avesse sempre nascosto una parte della verità ed ora il racconto del giornalista di “Libération” sembrava confermare la sua ipotesi.
Quando Xavier si era presentato in ospedale, Farida gli aveva detto: “Non credevo che sarebbe venuto.”
“Tra pochi giorni devo partire per una missione all’estero, ma il giornalista che si è interessato al suo caso, mi ha detto che aveva una certa urgenza di parlarmi.”
“E ti pare facile parlare con un uomo che ha due occhi azzurri come i tuoi che per di più hanno la brutta abitudine di fissare le persone.” Aveva pensato Farida, senza esprimere ad alta voce le proprie sensazioni.
A voce alta, invece, gli aveva detto: “Adesso che so la verità, ho capito perché si è tanto interessato della mia sorte. Prima mi ha lasciata ferita in mezzo ad una strada e, poi, quando ha saputo da un articolo di giornale chi ero e quali conseguenze aveva avuto il suo gesto, ha cercato di rimediare, ma non si deve aspettare nulla da me per quello che ha fatto…”
“Non ti ho mai detto di aspettarmi qualcosa da te.” Le aveva risposto Xavier, passando dal lei al tu.
“Sono cresciuta in un paese in guerra e so quali abitudini hanno i militari, a volte, anche quelli delle missioni umanitarie.”
“Non sono mai saltato addosso ad una donna e poi, forse, non lo sai, ma nella marina francese prestano servizio anche le donne ed io fino a poco tempo fa ero fidanzato con una collega.”
“Ma ora non lo sei più.”
“Oltre che scortese, sei anche indiscreta… io ti ho forse chiesto se nel tuo paese sei fidanzata oppure no?” Le aveva risposto Xavier che cominciava a perdere la pazienza.
“No, è vero, non me l’hai chiesto, e, comunque, no, non sono fidanzata, anche se all’epoca dell’università avevo un compagno di studi che mi corteggiava e i miei genitori avrebbero visto di buon occhio un nostro fidanzamento con conseguente matrimonio.”
Per un istante Xavier aveva pensato che Farida probabilmente era ancora vergine: “Se nessuno le ha messo le mani addosso durante gli anni in cui Beirut era un campo di battaglia e se lei ha rifiutato il corteggiamento di quel compagno di un’università, di cui mi parlava poco fa, potrebbe non essere mai stata a letto con un uomo.”
Nel pieno di quella riflessione si era lasciato sfuggire a voce alta: “In fondo sei ancora una ragazzina ed io posso capire che ti senti nervosa, lontana dal tuo paese, ricoverata in un ospedale francese, senza il sostegno dei tuoi genitori, a cui non è stato concesso il visto per la Francia.”
Dentro di sé, però, Xavier aveva anche concluso: “Per quanto Farida sia graziosa, non è il caso che mi porti a letto una donna che quasi sicuramente non ha alcuna esperienza in fatto di sesso… e, poi, senza volerlo, potrei finire per danneggiarla più di quanto immagino, perché nel suo paese probabilmente è ancora importante arrivare vergini al matrimonio.”
Nello stesso tempo la sua immaginazione aveva cominciato a fantasticare su tutto quello che avrebbe potuto fare con lei senza farle perdere la verginità e il gesto più semplice, ma anche più intimo, che si sarebbero potuto scambiare, senza scandalizzare nessuno, anche in un corridoio di un ospedale, era proprio un bacio.

Due donne per un ufficiale - terzo capitolo

diario 25/10/2009

3. UN GIORNALISTA IN AZIONE

(Parigi, ottobre 1991)

 
Nella vicenda c’erano altre persone coinvolte e prima fra tutte c’era il giornalista che si era interessato, perché la giovane libanese giungesse in Francia e che aveva, come tutti, i propri progetti e i propri interessi da difendere.
Voleva, infatti, raccontare il seguito della sua storia, facendo commuovere i lettori del quotidiano, per cui lavorava che avrebbero provato un sentimento di compassione e di solidarietà per una ragazza, poco più che ventenne, vittima, sfortunata e casuale, di una mina che, a differenza di molti altri suoi connazionali, aveva potuto lasciare il proprio paese e raggiungere un ospedale straniero, dove le avrebbero applicato una protesi e dove avrebbe, grazie alla riabilitazione, ricominciato a camminare.
Quando era tornato in ospedale, il giornalista si era portato dietro per questo anche una macchina fotografica: alcune istantanee della giovane, che era già in piedi e che si stava allenando per ricominciare a camminare, avrebbero completato il suo articolo e avrebbero sicuramente soddisfatto il senso di curiosità dei lettori.
“Alle persone piacciono le storie strappalacrime, ma con un lieto fine.” Aveva pensato, mentre, seduto davanti al proprio pc, scriveva l’articolo che sarebbe stato pubblicato il giorno seguente.
Quando aveva terminato di scriverlo aveva pensato che il racconto di una storia d’amore tra un ufficiale della marina francese e una giovane libanese sarebbe piaciuto ancora di più ai lettori, ma non aveva prove che tra Farida e Xavier ci fosse qualcosa e sapeva che pubblicare un articolo, per poi dover pubblicare una smentita, avrebbe danneggiato la sua carriera invece di favorirla.
“Quei due, però, sarebbero da tenere d’occhio… magari, quando tornerò in ospedale, alla fine della degenza di Farida, chiederò alle infermiere… forse hanno visto qualcosa di interessante e sono disposte a raccontarlo.”
All’ospedale però il giornalista di “Liberation” non aveva scoperto nulla di interessante tranne il fatto che Farida aveva fatto progressi e che ora camminava abbastanza bene, tanto che l’aveva incontrata in uno dei corridoi dell’ospedale.
“Fa avanti ed indietro per allenarsi?” Le aveva chiesto.
“No, il fatto è che sono felice di essere qui, ma nello stesso tempo mi annoio… a parte gli altri pazienti non ho nessuno, infatti, con cui poter parlare.”
“Oggi ha me con cui parlare.”
“Ma io le ho già raccontato la mia storia…”
“E, allora, me la racconti un’altra volta… magari le viene in mente qualche particolare che non mi ha ancora detto.”
“Sono nata a Beirut nel 1967 da una famiglia della media borghesia, ho due sorelle ed un fratello, purtroppo sono cresciuta mentre intorno a me infuriava la guerra… i miei genitori sono stati tentati di lasciare il paese e rifugiarsi all’estero, ma c’hanno rinunciato, perché coltivavano la speranza che un giorno gli scontri tra fazioni finissero… per questo mi hanno fatto studiare fino all’università, perché volevano che, una volta terminata la guerra, potessi avere un futuro… parlo abbastanza bene francese ed inglese e così, quando ho saputo che cercavano in un’organizzazione umanitaria un interprete, ho deciso di presentarmi per un colloquio… purtroppo proprio quella mattina ho messo un piede su una mina e mi sono ritrovata a terra ferita e dolorante… per fortuna ero uscita con mia sorella e così lei è riuscita a recuperare un’ambulanza e a farmi portare all’ospedale di Medici senza frontiere…
Non c’è nient’altro da raccontare, se non il fatto che lei mi ha conosciuta in un ospedale di Beirut quasi due mesi fa e che per una serie di coincidenze ora sono qui… in un ospedale francese…”
“A me la sua è sembrata subito una storia interessante e penso ancora che lo sia…”
“Non ha idea di quante persone allora hanno messo per errore un piede su una mina in quindici anni di guerra.”
“Certo che ce l’ho, altrimenti che corrispondente di guerra sarei? Ma lei è giovane, colta, di buona famiglia e…”
“Al mio paese direbbero che sono una donna da sposare, anche se qualcuno teme ancora che da una moglie troppo colta sia più difficile farsi ubbidire.”
“Potrebbe sempre sposare un marito di idee non troppo conservatrici oppure un operatore di qualche organizzazione umanitaria.”
“Ma io non vorrei passare una vita intera a viaggiare, sballottata da un paese all’altro e nello stesso tempo non resisterei nel rimanere a casa da sola, mentre mio marito è lontano.”
“Sarebbe gelosa di lui?”
“Sì, certo che lo sarei…”
“Anch’io per lavoro sono spesso lontano, ma mia moglie sa che vado in zone di guerra, scomode e pericolose e non è gelosa di me, anzi mi dice sempre che faccio un lavoraccio… perché ai militari morti in zona di guerra almeno assegnano una medaglia postuma, mentre a noi giornalisti non tocca neppure quella!”
Alla fine di quella strana intervista, Farida aveva fissato per un istante il soffitto, come se volesse raccogliere le idee, poi, aveva aggiunto: “Negli ultimi mesi di guerra, a causa dei bombardamenti andava spesso via la luce e a volte mi sono trovata a scrivere la mia tesi di laurea alla luce di una candela, ma questo, per favore, non lo scrivete… un eccesso di compassione da parte degli altri in fondo non mi piace… è come un velo di malinconia che ti si attacca addosso…”

Due donne per un ufficiale - secondo capitolo...

diario 23/10/2009

 

 
 
2.      DAL LIBANO ALLA FRANCIA
(Parigi, settembre 1991)
 
La giovane era giunta in Francia un mese dopo ed era stata ricoverata in un ospedale parigino, dove le avrebbero applicato una protesi che avrebbe sostituito la gamba persa a causa dello scoppio della mina.
Xavier, nonostante fosse di solito una persona prudente, non aveva resistito al desiderio di vedere come stava e così si era recato in ospedale.
“In fondo dell’operazione di evacuazione da Beirut del generale Aoun ormai hanno parlato anche i giornali e non ci sono più rischi, se vado a farle visita.” Si era detto, anche se temeva le domande di una sconosciuta che si sarebbe comunque chiesta, perché si stava interessando alla sua sorte.
Ed, infatti, la giovane gli aveva chiesto: “Chi è? E perché è venuto a trovarmi?”
“Ho letto della sua storia su un giornale e volevo vedere come stava.”
“E perché si interessa tanto alla mia sorte?”
“Anche i militari hanno dei sentimenti, per quanto, a volte, debbono nasconderli per affrontare alcune situazioni.”
“Allora era a Beirut ad agosto e c’entra qualcosa con quello che mi è accaduto?”
“No, non c’entro nulla, le mine sono ordigni piuttosto rudimentali e poco selettivi, magari servono per colpire i nemici e, poi, invece, restano inesplose e feriscono a scoppio ritardato qualche civile.”
“Questo lo so, non serve che me lo spieghiate voi… in quindici anni di guerra è una cosa che imparano pure i bambini.”
“D’accordo, ma lei ora potrebbe non essere qui in un ospedale moderno ed efficiente, dove la stanno curando in modo adeguato.”
“Allora me lo dica chiaramente che io ho un debito con lei e che è venuto a trovarmi per riscuoterlo.”
“No, no, non ha nessun debito… io sono venuto solo per assicurarmi che stava meglio, ma me ne vado, visto che la mia presenza la infastidisce.”
“Non è che mi infastidisce, è che vorrei capire perché con tante persone che in un paese in guerra come il Libano restano ferite a causa dello scoppio di una mina, lei si è interessato proprio a me…”
“Per me gli altri sono delle vittime anonime, lei, invece, grazie all’articolo del giornalista di “Libération” che ha raccontato la sua storia, ha un nome… e poi è meglio aiutare una persona soltanto, perché si è rimasti colpiti dalla sua storia che non aiutarne nessuna…”
Xavier sapeva che quella era solo una parte della verità, ma non aveva alcun desiderio di spiegare davvero a Farida perché si fosse preso tanto a cuore la sua vicenda.
Farida si era istintivamente messa sulla difensiva, perché quindici anni di guerra le avevano insegnato a non fidarsi dei militari che spesso si lasciavano andare a gesti di violenza o che, anche quando erano gentili, potevano nascondere un secondo fine e Farida era consapevole di essere una ragazza giovane, non bellissima, ma comunque graziosa, sola in un paese straniero.
Pensava, perciò, che, se avesse incoraggiato Xavier con le sue parole e i suoi atteggiamenti, sarebbe stato facile per lui vedere in quel comportamento un’autorizzazione a prendersi delle libertà nei suoi confronti, ma, nonostante tutta la sua strategia di difesa, non poteva negare di essere attratta da lui: “Sono una sciocca! Viene un ufficiale francese, giovane e pure carino a trovarmi ed io l’ho tratto a pesci in faccia… ma no, ho fatto bene, io, appena terminata la riabilitazione, tornerò in Libano e non ci vedremo più, perciò, è meglio che non lo guardo neppure… però, in un paese in guerra, le mine scoppiano ogni giorno ed un militare lo sa, allora, come mai si interessa tanto alla mia sorte?! E se, invece, non tornassi più in Libano e restassi in Francia… in fondo, ho finito da poco l’università ed un lavoro, forse, potrei trovarlo anche qui… ma no, la mia famiglia non mi farebbe mai restare da sola in una grande città come Parigi… e poi, se sapessero che ho una relazione con un militare francese, mi farebbero tornare subito a casa… però, però, non è niente male e un bacio come ringraziamento, per avermi fatta arrivare sin qui, potrei anche concederglielo…”
Xavier da parte sua si sentiva libero di pensare a Farida e di fantasticare su di lei, perché erano diversi mesi che aveva lasciato la sua ex fidanzata, ma nello stesso tempo era abbastanza realista da sapere che la loro storia non poteva avere un futuro: “Ho sbagliato ad andarla a trovare… cosa mi aspettavo? Che mi gettasse le braccia al collo per la gratitudine?! La guerra rende le persone più schiette, ma anche più dure e in fondo io non le ho neppure spiegato chi sono e perché mi importa di lei. Però, carina è carina e non si nota neppure troppo che ha una gamba finita… ma no, cosa mi metto a pensare… io faccio un lavoro rischioso e non posso permettermi pure di imbarcarmi in una relazione, complicata dalla distanza geografica e dalla nostra differente formazione culturale… e poi i suoi genitori pretenderanno certamente che torni a casa, appena si sarà rimessa… ed, infine, io ripartirò a breve per qualche missione all’estero e presto questa vicenda sarà solo un lontano ricordo.”
 

Due donne per un ufficiale - primo capitolo...

diario 21/10/2009

 

 
 
1.      IMPREVISTI DI GUERRA
(Beirut, agosto 1991)
 
Qualche mese dopo la fine della guerra civile, Beirut era una città apparentemente pacificata, ma sembrava che l’accordo di pace, raggiunto due anni prima a Taef fosse ancora piuttosto fragile, anche se l’autorizzazione all’evacuazione del generale Aoun, che viveva da diversi mesi nell’ambasciata francese, dove si era rifugiato l’anno precedente, era un segnale chiaro di chiusura con il passato.
L’esilio in cambio della libertà era un compromesso più che accettabile per chi, in quindici di guerra, aveva commesso, come tutti gli altri protagonisti della recente storia libanese,  diversi errori e violenze.
Quindici anni di guerra avevano, nel frattempo, disseminato il territorio libanese di mine e così, in quel giorno dell’agosto 1991, una mina era scoppiata al momento sbagliato e nel posto sbagliato, proprio durante l’evacuazione del generale Aoun dall’ambasciata francese, ferendo lievemente Xavier e un altro ufficiale che erano stati raggiunti dalle schegge dell’ordigno, ma ferendo gravemente una ragazza libanese.
Xavier l’aveva saputo, però, soltanto alcune settimane dopo, quando un giornalista aveva rintracciato la ragazza ferita che aveva raccontato in un articolo pubblicato su un quotidiano francese la sua storia e così Xavier aveva deciso di rintracciare il giornalista, a cui aveva chiesto di informarsi se era possibile, attraverso qualche organizzazione umanitaria, far uscire la giovane dal Libano per farla ricoverare in un ospedale francese.
L’unica cosa che aveva chiesto al giornalista era di mantenere, almeno inizialmente, il segreto sulla sua identità.
“L’evacuazione del generale Aoun era un operazione delicata, affidata alle forze speciali della marina francese, in cui non erano permessi né imprevisti né fallimenti, ma, anche se apparentemente è andato tutto bene, in realtà lo scoppio di quella mina ha rovinato la vita ad una persona.”
“E adesso lei vuole rimediare?”
“Sì, forse sono in ritardo per rimediare, ma quel giorno non era possibile fermarsi o tornare indietro per capire cosa era accaduto… quello scoppio poteva anche essere voluto e non casuale. Il generale Aoun ha in Libano parecchi nemici che avrebbero potuto avere la tentazione di eliminarlo proprio durante il trasporto dall’ambasciata francese ad una nave della marina militare. Per questo da mesi il generale non metteva il naso fuori dall’ambasciata francese a Beirut proprio per paura che gli potessero far la festa.”

Il mio nuovo romanzo...

diario 20/10/2009

 File:Green Line, Beirut 1982.jpgGO

PROLOGO
 
Xavier, Alain Xavier come era scritto nei suoi documenti, era, all’epoca della fine della guerra in Libano, un giovane ufficiale della marina francese.
In Libano, infatti, la guerra durava ormai da quindici anni, una guerra contrassegnata da cambiamenti di fronte e di alleanze, ma anche da stragi di civili.
Nel 1990 il generale Michel Aoun, che aveva nell’ultimo anno combattuto contro i siriani, comprendendo, dopo settimane di bombardamenti serrati sul suo quartier generale, che ormai non aveva nessuna possibilità di vincere, si era rifugiato nella sede dell’ambasciata francese a Beirut, contando sull’appoggio dell’ambasciatore René Ala ed era stato, quindi, necessario garantire a lui e ai suoi più stretti collaboratori di lasciare la capitale libanese e di rifugiarsi in Francia.
Tuttavia, anche se alcune navi della marina francese incrociavano già da diversi mesi nelle acque antistanti le coste del Libano, per garantire, nel caso di un peggioramento della situazione, l’evacuazione dei cittadini francesi, presenti ancora nel paese, non sarebbe stata ugualmente un’impresa facile portare fuori da Beirut una persona che diverse fazioni volevano vedere morta.
Nel 1991, quando, dopo un permesso del governo libanese, il generale Aoun era stato, infine, evacuato da Beirut attraverso un’azione rapida e non priva di imprevisti, Xavier, che aveva partecipato in prima persona a quell’azione, aveva pensato che per un militare non era possibile ritenere che la guerra fosse del tutto inutile.
Inoltre, dall’inizio degli anni ’80 avevano cominciato a diffondersi le cosiddette “missioni di pace”, autorizzate dall’Onu o da altri organismi internazionali e nel 1982 una missione internazionale, a cui aveva partecipato anche la Francia, era intervenuta proprio in Libano, eppure, anche in una missione di pace, poteva capitare, in caso di attacco da parte di qualche forza armata locale, che potessero esserci morti e feriti.
Xavier sapeva bene, infatti, che la sua non era più l’epoca della seconda guerra mondiale, dove aveva combattuto suo padre e dove si sapeva chi era dalla parte giusta e chi era da quella sbagliata o forse (aveva pensato spesso Xavier) soltanto a metà della guerra le cose si erano delineate con più chiarezza, visto che, in fondo, in un paese democratico e civile come la Francia, c’era stato il “regime collaborazionista” di Vichy e non tutti, soprattutto nelle classi sociali elevate, avevano subito aderito alla resistenza. Anche suo padre, in fondo, aveva avuto dubbi e ripensamenti, di cui non parlava volentieri, prima di maturare questa scelta.
 
IMMAGINE: BEIRUT ALL'EPOCA DELLA GUERRA DA WIKIPEDIA:http://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_civile_libanese